Diventare una guida escursionistica

Diventare guida: bussola, carta, matita

Non è esattamente un viaggio in senso stretto, così come gli altri.
Non c’è una vera e propria partenza e nemmeno, spero, un punto di arrivo.
Così come piace pensare a me, anche questo è un percorso, fatto di tanti momenti, diverse tappe, molte nuove mete e, mi auspico, un numero incredibile di esperienze che vorrei lo rendessero degno di essere ricordato e raccontato.

Volevo diventare una guida già da piccolo.

Le prime volte che sono uscito in alta montagna, spinto dalle decisioni dei miei genitori, l’ho fatto insieme a delle guide, prevalentemente alpine. Di loro ho ammirato, da subito, tantissimi aspetti. Primo fra tutti, quello fisico. Ho sempre provato tanta curiosità (e un pizzico di invidia) nel vedere la loro pelle, ruvida e rugosa, segnata dal vento, che tante volte ha sferzato il loro viso, e dal sole, quello di montagna, nascosto spesso tra le nuvole, ma pur sempre presente in ogni angolo di ghiaione e sentiero. Immaginavo e, dentro di me, romanzavo ogni loro esperienza passata; il fascino della montagna era più nitido guardandoli in volto.
Ero attratto dalle loro capacità tecniche e dal loro stile di vita scandito, come per tutti in quei posti, dal ritmo della natura che li circonda. Profondi conoscitori del proprio mestiere e della propria terra cui serbare, in ogni momento, rispetto e riverenza. Forse era questo l’aspetto, ai miei occhi, più affascinante: riconoscere in loro la figura di chi, in simbiosi perfetta con l’ambiente circostante, ne conosce ed affronta ogni caratteristica, senza avanzare mai in alcun modo il diritto e la pretesa di poterlo controllare o manipolare.

La fortuna ed il privilegio di poter toccare con mano la bellezza di ciò che ci circonda, senza pensare nemmeno per un momento di possederla.

Un insegnamento prezioso che mi porto dietro ancora oggi e al quale cerco di dar seguito quotidianamente: la natura, in qualsiasi forma si presenti, è lì a ricordarci di godere ogni momento, ogni occasione, ogni esperienza, pur breve che sia. Al di là di ogni motivazione che, umanamente, cerchiamo di trovare; persino al di là di ogni credo. È infinitamente più bello e appagante potersi stupire di ciò che ci viene fornito, senza pretendere, in alcun modo, di poterlo comprendere o giustificare.

Qualcosa che, personalmente, mi riesce molto più semplice ogni volta che mi trovo in un ambiente naturale, appunto. Là dove ogni agitazione trova quiete e ogni dubbio si dissipa: sia un altopiano roccioso, guardando un tappeto di nuvole ai miei piedi; sia le vetta di un massiccio dolomitico, da dove è difficile identificare l’orizzonte; sia la baia di un’isola sul Mar Adriatico, ammirando il sole che cala alle sue spalle, mentre vengo cullato dalle onde del mare.

Vista panoramica dall’altopiano delle Mesules – Gruppo del Sella
Baia di Vis, Croazia
Altopiano roccioso Rif. Cavazza al Pisciadù – Val Badia

È prevalentemente questo il motivo che, qualche tempo fa, mi ha fatto tornare in mente, prepotente, il desiderio mai sopito di voler diventare una guida. Di trasformare le mie giornate, divenute ormai troppo ripetitive e inappaganti alla mia età, in qualcosa di diverso, lontano e così vicino, fino ad oggi considerato sempre e soltanto alla stregua di una fuga dalla realtà.
In fin dei conti, ho sempre tenuto vivo il sogno di rendere tutto questo quotidianità. Già al termine dei miei studi superiori avevo maturato la stessa idea, per abbandonarla troppo in fretta, in una calda estate scandita da traslochi e ambizioni universitarie, spartiacque, nella mia testa di adolescente, di programmi futuri più grandi.
Adesso, la contingenza del momento, l’esito di tante esperienze diverse e soprattutto la presa di coscienza di ciò che sono e voglio diventare, mi hanno riportato qui, davanti a quella porta sempre tenuta socchiusa e mai aperta veramente.

È così che, qualche mese fa, ho iniziato la mia ricerca che mi introducesse, formalmente, a questo percorso. Diventare una guida escursionistica rappresenta, nella mia testa, il primo passo per dare forma a tutto quello che fino ad oggi ho solo sognato e, troppo poco spesso, condiviso con gli altri. Per molti ragazzi che frequentano il mio stesso corso si può dire che il tragitto, invece, sia stato inverso. Non hanno dovuto attendere tanto prima di dar voce ai loro desideri. Qualunque essa sia, non esiste una via giusta ed una sbagliata. Come nella materia per la quale tutti ci stiamo formando, esistono tanti percorsi diversi.

Da ognuno dei miei compagni sto imparando moltissimo. Rendersi conto, coscientemente, di non avere ancora tutti gli strumenti per poter fare ciò che la tua testa e il tuo cuore desiderano non è stato per me uno shock: avevo già provato questa sensazione quando, dopo l’università, mi ero specializzato in ambito sportivo. Credere, spinto dall’ambizione e dai migliori intenti, che la propria passione sia sufficiente a trasformare un desiderio in qualcosa di concreto, è sbagliato e fuorviante.
Questa volta, invece, è stato ancor prima di tutto un vero e proprio sprone, una motivazione in più. La stessa che oggi mi spinge a scrivere queste parole, a pubblicarle su questo blog e a preparare i prossimi itinerari.
Posso dire di aver messo un piede oltre quella porta proprio grazie a questo corso e alle persone che ho incontrato. Un percorso formativo che mi sta dando molto più di quanto il programma curriculare prevedesse. Assimilo aspetti tecnici, approfonditi fino ad oggi solo superficialmente, ma, prima di tutto, indago ogni volta ambiti personali molto più profondi.

E se il desiderio di condividere ogni momento di meraviglia e stupore di fronte ad ogni manifestazione naturale era qualcosa di forte e chiaro dentro di me già da prima, non altrettanto si poteva dire della percezione che avevo di me stesso, credendo di essere già pronto a farlo. Da ogni confronto o insegnamento imparo qualcosa di più, conscio del valore che questo ha per la mia scelta.

Non inizia un nuovo percorso per me, semmai un modo più consapevole di affrontarlo. Senza porre questa volta un orizzonte temporale o un punto di arrivo, ma dicendo a me stesso quello che spesso ho ripetuto ai miei compagni di escursione che mi chiedevano quanto mancasse alla fine.
Senza saperlo, rispondevo già come una guida: “ancora un pochino”.

Dopo tutto, che fretta c’è di arrivare?