Un nuovo viaggio ogni volta che torno a casa

Via Marenca - Liguria

Sono cresciuto nella Liguria di ponente, meno conosciuta della dirimpettaia zona di levante, ma, a parer mio, altrettanto bella e particolare. La mia famiglia è originaria di un piccolo paesino alle spalle di Imperia, Dolcedo, a 7 chilometri dal mare. Un piccolo borgo incastonato tra i due versanti del fondovalle, adagiato sopra il fiume Prino, che dà il nome alla valle.

Un luogo ancora integro, dove la natura fornisce all’uomo i mezzi di cui ha bisogno per vivere e lavorare. Terra di agricoltura, olio, pascoli, turismo. Un corridoio naturale che dal mare porta alla montagna saltando tra un terrazzamento e l’altro, facendosi spazio tra le fronde degli ulivi, correndo sui crinali erbosi popolati da cavalli selvatici, lungo le tracce dell’antica Via “Marenca”, tra i “sassi che parlano”, caselle di pietra testimoni di storie e vite passate.
Come gran parte della Liguria, una lingua di terra variegata che si erge in un fazzoletto, sembra un luogo rude, chiuso, agli occhi di molti persino inospitale. Ma dentro di sé nasconde scorci unici, da trovare e scoprire, per poterne ammirare infine la straordinaria bellezza.

Quando sono andato via a 19 anni, tutto questo mi sembrava così diverso, aveva ormai assunto i contorni di una gabbia dalla quale non vedevo l’ora di scappare. Era il frutto dell’impeto di quegli anni, del desiderio (mai domo) di uscire dal mio nido per vedere cosa vi fosse al di fuori. Avevo goduto dei privilegi che quella terra mi aveva dato e di cui avevo bisogno fino all’età adolescenziale, ora mi serviva altro. Non certo il trambusto di una grande città (Milano, Genova, Torino), a cui non mi sarei mai veramente abituato, ma comunque qualcosa di più grande, centrale, diverso. L’Emilia Romagna (Parma, Reggio, dove peraltro sono nato, Modena) rappresentava il giusto compromesso. Qui sono diventato adulto, limitando i miei rientri a casa ai giorni di vacanza o ai periodi estivi che interrompevano le lezioni universitarie.

Piano piano, ritornando ogni volta, mi sono reso sempre più conto di quante cose di casa mia non avessi mai conosciuto e assaporato veramente. Forse la necessità di godersi momenti di riunione con gli amici e la famiglia, forse l’incedere del tempo che, tiranno, decideva la durata dei nostri incontri, o forse la voglia di far scoprire i miei luoghi a persone e amici incontrati lungo il mio nuovo percorso, hanno fatto sì che, spontaneamente, abbia potuto apprezzare e vivere molto di più di quello che, fino ad allora, avevo visto della mia terra.

Un luogo piccolo, periferico, nascosto. Per questo ricco di grande fascino.

E così ormai, ogni volta che torno a casa, non perdo occasione per vivere ogni momento quasi come un turista, intervallando nuove scoperte a tappe fisse, appuntamenti divenuti immancabili rituali.
Uno di questi è sicuramente rappresentato dalla colazione al “Moka Bar”, in piazza Dante a Oneglia (Imperia infatti è divisa in due distinti borghi, Porto Maurizio e Oneglia. Tradizionalmente il confine è dettato dal fiume Impero, anche se convenzionalmente l’inizio dell’abitato di Oneglia è posto prima della demarcazione territoriale). Non si tratta di una vera e propria prima colazione, semmai di uno spuntino di metà mattinata, fatto di focaccia e cappuccino (a chi sta pensando che sia una combinazione azzardata non rispondo, invito solo a provare in prima persona) o spuma, a seconda della fame e dell’orario. Adoro la loro focaccia, personalmente penso sia la più buona della città. Nei giorni festivi vengono sfornate teglie in continuazione vista la grande richiesta. Arrivare un minuto dopo può voler dire dover aspettare il turno successivo (nel frattempo si può sempre ripiegare sulle focacce farcite o sui pezzi di pizza, non hanno nulla da invidiare).

Da lì, nelle belle giornate di sole e brezza (ma non solo), mi trasferisco sul porto, un posto magico, tra i miei preferiti in città, che conserva molto dell’antico borgo di pescatori. Una passeggiata sul molo, per vedere la città dalla prospettiva del mare, rilassa e consente di assaporare i profumi unici del posto.
Da poco ho scoperto che, lungo la banchina del porto, il peschereccio “Pingone”, già adibito alla ristorazione da qualche tempo, vende i coni di fritto di pesce. Non ho mai provato la loro cucina, ma il cono è buono ed è un’ottima opzione sia come pranzo che come aperitivo, ovviamente da fare seduti sulle panchine accanto, ammirando il mare.
Molto spesso, invece, la sera prima di tornare a casa, mi fermo da “U Papa”, nella via parallela a quella del porto, di fronte al mercato coperto. Se non avete mai provato la farinata (una specie di torta salata molto fine, realizzata con la farina di ceci, acqua, olio e sale) fermatevi, sedetevi all’interno di questo locale tipicamente ligure o prendetene un pezzo d’asporto da portare a casa, è una cosa incredibile!!

Imperia per me non è solo Oneglia, ma anche Porto Maurizio, l’altra parte della città, quella più vicina alla casa dei miei genitori. Un bagno a “Garbella”, là dove l’acqua che si intrufola tra gli scogli è una tavola trasparente e fredda, vero godimento nei caldi pomeriggi estivi; una passeggiata alla “Marina”, il borgo sul mare, fatto di stradine e scalini, dove sono cresciuto da piccolo; un caffè ai “Sognatori”, poco lontano, in un’altra piccola e stupenda borgata, quella di “Borgo Foce”; un giro risalendo fino ad arrivare al “Parasio”, la zona vecchia della città.

Mare, luce e profumi, nascosti tra i muri e le strade in salita di queste piccole vie.

Sono sempre stato “uno da montagna”, ma amo la particolarità dei borghi sul mare, la quiete apparente tra i caruggi nelle giornate d’estate o quella reale, quasi malinconica, dei periodi invernali. Ci sono cresciuto, è qualcosa a cui sono legato indissolubilmente.

Poi c’è la Val Prino, quella dove sorge la casa dei miei genitori. Come detto, è una valle ancora abbastanza incontaminata, intatta. Si sviluppa lungo pochi chilometri, passando dalle rive della spiaggia fino ai crinali dei monti che la delimitano, a poco più di 1000 mt di altitudine. Dal mare, agli ulivi, ai lecci fino ai prati sommitali, terrazze privilegiate da cui poter ammirare tutto questo. In mezzo, arroccati lungo i pendii, sorgono piccoli, caratteristici, i paesini della valle.

Dolcedo è il capoluogo, posto a fondovalle, appena qualche chilometro nell’entroterra. Attorno a lui, si dispongono, ordinati, altri tre piccoli borghi, parte del comune: Ripalta, Castellazzo, Bellissimi. Luoghi silenziosi e incantati, che si mostrano pian piano, protetti dai tanti alberi di ulivo che caratterizzano questa terra. Qui l’olio è un bene prezioso, fonte di lavoro e sostentamento. Siamo nelle terre dell’oliva taggiasca, i frantoi si susseguono uno con l’altro, così come le campagne dove le persone si adoperano ogni giorno. Nel periodo della raccolta, la valle si trasforma e i colori tradizionali lasciano spazio a quelli delle reti stese per terra per raccogliere le olive cadute dopo la “bacchiatura” (“bacchiare” è l’operazione tipica che, percuotendo i rami dell’ulivo, fa in modo che le olive cadano dall’albero sulle reti, per essre raccolte) . In paese, durante la spremitura, capita spesso di sentire il profumo del mosto che proviene dai frantoi intorno.
Anche i miei genitori, pur con pochi alberi e competenze limitate, ogni anno raccolgono le olive della nostra campagna per portarle a spremere. La produzione è esigua, ma più che sufficiente per noi. Il gusto, soprattutto se assaggiato con un pezzo di pane caldo, è sensazionale!

La valle pian piano sale, più in alto gli ulivi lasciano spazio ai lecci. Proseguendo incontriamo altri borghi tipici, espressione perfetta di questo luogo.
Il primo che incontriamo è Molini di Prelà, posto proprio sul fiume come Dolcedo. Un bivio offre due possibilità: da un lato si sale fino a raggiungere Villatalla, ultimo paese prima che la strada si interrompa, posto a 600 mt circa di altitudine, appena sotto il crinale. Una piccola frazione del comune di Prelà che domina la valle. Un luogo abitato da poche decine di persone, dove il tempo sembra essersi fermato. Poco prima, sulla strada, si susseguono rapidamente gli abitati di Valloria e Tavole. Il primo, un piccolo borgo costruito sul promontorio tra caruggi, scalinate e vecchie cantine dalle porte dipinte, è meta, ogni estate a luglio e agosto, della più importante sagra della valle (“a Valloria fai baldoria”): due weekend insieme alla gente del posto, a mangiare e far festa coccolati dal fresco della collina, immersi tra gli alberi d’ulivo. Il secondo, posto in posizione più interna, è luogo di partenza per i sentieri che, in poco tempo portano sul crinale. Conservo di questo luogo un ricordo particolare che richiama la mia infanzia quando, ogni anno la notte di Natale, io ed i miei genitori venivamo in paese per assistere alla messa di mezzanotte e godere poi della festa sul sagrato, con panettone, crema e cioccolata calda.

Sull’altro crinale rispetto a questo, sorgono altri piccoli paesi e borgate: Praelo, Canneto, Pantasina. Da qui, in poco tempo, si prende quota raggiungendo altitudini più elevate e scorci di montagna, guardando verso il basso Piemonte. Oltre Pantasina invece, ridiscendendo, incontriamo Pianavia e Vasia, terzo ed ultimo comune della Val Prino. Da qui la strada scende nuovamente per riportare al mare. Sopra di noi, a delimitare il confine, le creste dei monti sulla quale sorgono ancora tracce evidenti della Via Marenca, la strada che i pastori percorrevano (si dice in sole 24 ore) per accompagnare le greggi da Imperia fino ai pascoli del Monte Saccarello e del Colle di Tenda.
Non avevo mai camminato troppo lungo questi sentieri, l’ho fatto qualche tempo fa. Il paesaggio è irripetibile: il mare sullo sfondo, le montagne dall’altra parte e in mezzo tanti agglomerati di case, come in un presepe. Santuari, cappelle, caselle in pietra, animali selvatici.

La bellezza di un luogo unico che, nel giro di pochi minuti, ti sa cullare con
il dolce movimento delle onde del mare e, poco dopo, ti accarezza con
l’aria fresca che disegna la forma dei prati di montagna.