La mia vita dopo la quarantena

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Che ne sarà della mia vita dopo la quarantena?!
Come sarà quando questa situazione sarà finalmente finita?!

Me lo sono chiesto ripetutamente in questi giorni così strani e diversi dal solito.
Alcuni hanno portato dubbi densi come nubi che improvvisamente rabbuiano una calda giornata di estate. Altri giorni, invece, si sono presentati alla mia porta con risposte decise e convincenti, come trampolini dai quali lanciarsi ad occhi chiusi, gonfiando il petto per prendere aria e saltare più lontano possibile.
La difficoltà è trovare un equilibrio in questo continuo sbalzo di pensieri, umori, desideri, speranze.
Ancora più difficile se una parte di me, ragionevole e consapevole, lotta quotidianamente con l’altra metà, quella irrazionale e impulsiva.

Prima che questo periodo prendesse il sopravvento, spazzando via molto di quello che è stato fino ad oggi, avevo lavorato tanto per costruire una strada sulla quale indirizzare il mio futuro. Mesi, gli ultimi, dedicati a progetti frutto di idee, passioni e competenze. Lavoro che solo ora stava dando i propri frutti, portando i primi risultati.
Di fondo c’è sempre stata tanta consapevolezza: quello che stavo facendo, pur essendo nuovo e dai tratti ancora indefiniti, aveva solide radici e rappresentava la conseguenza di un processo di crescita, personale e professionale.
Una startup nel mondo del turismo, quello degli eventi sportivi. L’idea di condividere abitudini e tradizioni con lo scopo di trasformare momenti in ricordi, volti in amicizie e, soprattutto, emozioni in esperienze indimenticabili.
“Non abbiate dubbi, date fiducia ai ragazzi di questa startup, lo meritano” diceva Toon, un signore belga di Antwerp, venuto in Italia da solo per assistere ad una partita di calcio; “Have Fan è un progetto brillante, non posso che raccomandarvelo” aggiungeva Irina dalla Romania. Tifosi, appassionati, turisti. Uniti dal desiderio di conoscere meglio ciò che caratterizza la vita di molti di noi in ogni angolo del pianeta: l’amore per lo sport e le storie che racconta.
Il nostro intendeva essere un viaggio culturale diverso dal solito, dritto nel cuore di ogni nuovo luogo visitato. Un modo per conoscere più profondamente un Paese o una città, al di là e oltre la realtà molto spesso resa piatta e indefinita dal turismo di massa.

Suona tutto così lontano e anacronistico oggi, solo 2 mesi più tardi.

Eppure per arrivare a questo punto (di partenza) avevamo lottato e investito tanto, in noi stessi prima di tutto. Dare vita ad un progetto imprenditoriale è una cosa difficilissima, l’ho imparato sulla mia pelle. Lo è perché, naturalmente, deve confrontarsi con il mondo reale: un’idea in testa non ha alcuna forza senza il consenso di coloro che possono renderla concreta, condividendola quotidianamente. Lo è perché non può essere affrontato da solo. E nemmeno con le persone sbagliate. Lo è, ancor di più, perché nel proprio personale percorso per trasformarlo in realtà si incontrano prevalentemente ostacoli, barriere, scogli. Questi hanno la forma dei limiti burocratici e, quella molto più sottile e nociva, delle diffidenze umane.

Anche in questo caso mantenere l’equilibrio tra la parte ragionevole e quella irrazionale che vivono in me non è stato semplice. Per nulla.
Ma è anche grazie a questo contrasto che nel turbinio di mesi tanto movimentati, esatto opposto di ciò che la mia vita è diventata oggi, ho trovato la forza e la voglia di riprendere in mano qualcosa che ha sempre fatto parte di me.

Nei giorni di sconforto o rabbia, quando le cose andavano nel verso sbagliato e non sembrava esserci una soluzione, ho ripensato ancora a quel desiderio mai realizzato davvero di vivere la mia vita fuori da quattro mura, su qualche sentiero di montagna, attraversando paesaggi incontaminati, immerso e circondato da panorami unici. E perché no, riprendere in mano quel pallino che avevo già da ragazzino di diventare una guida.
Per una qualche forma di autotutela, stavolta ho deciso che avrei dovuto approfondire quelle conoscenze utilizzate, fino ad oggi, solo nei periodi di svago e relax. Non so se fosse destino per me doversi ritrovare a questo punto. Non era certo qualcosa che avevo programmato. Nemmeno qualcosa a cui avevo pensato. Come la pandemia, si è presentato prepotente, percorrendo in qualche modo le strade che popolano i meandri della mia testa.
Gli ultimi 2 anni sono trascorsi spendendo energie e forze per realizzare un progetto ambizioso, per trasformare un sogno in realtà. Non era per me solo un’idea di business, non ho mai guardato al mio lavoro prevalentemente in quel senso. C’era molto alto dietro: la condivisione di una passione, l’ambizione di creare qualcosa di valore per me e per gli altri, il desiderio di cambiare, anche se per poche ore, la vita delle persone. In una minuscola parte ci sono riuscito. Non sto buttando la spugna adesso. Mi rendo però conto di quanto sarà difficile riprendere da dove tutto si è arrestato 2 mesi fa.

Il tempo è un fattore per nulla trascurabile nella vita.

A volte ho la sensazione che il mio orologio corra più velocemente di quello degli altri. Ora che molto di quello che avevo costruito è crollato come un castello di carte, questa percezione è anche più marcata.

Quale soluzione adesso, quale percorso, dove andare.
Ho sempre considerato le mie giornate trascorse in natura come l’unico elemento in grado di rimettere ordine quando è solo confusione. Qualcosa di necessario ed essenziale per ridare carica ad una batteria priva di energia. Camminare per alleggerire ogni peso accumulato sulle spalle e nella mente. Perdersi, per dimenticare il senso che erroneamente troppe volte ho attribuito al tempo.

Questo periodo prima o poi finirà. In quell’esatto momento porterà via con sé molto di quello che c’era prima. E forse, come succede poco prima di arrivare in sella, in quello stesso istante aprirà l’orizzonte a percorsi fino a quel momento solo immaginati.

Mi metto in cammino…