La Val di Funes: un luogo dell’anima (video)

Ranui - Val di Funes

Mio padre ha scoperto questa valle in modo casuale, ormai quasi 30 anni fa. Era l’inizio degli anni ’90, i miei genitori erano soliti trascorrere le vacanze estive sulle Dolomiti, dopo anni passati in Val d’Aosta. Le loro mete preferite erano la Val di Fassa e la Val Badia.
Un giorno, guidato dalla sua solita curiosità, papà decise di portare me e mia madre alla scoperta di un nuovo posto, non lontano da dove alloggiavamo, San Cassiano in Badia. Un’ora di macchina, svoltando da San Martino, sulla strada che riporta a Brunico, oltre il Passo delle Erbe.
Aveva sentito parlare di questa valle unica e completamente incontaminata da un altro escursionista conosciuto nell’albergo dove alloggiavamo.

Arrivando, ne rimase incantato.

Un luogo magico, dove il tempo si è fermato ed ogni cosa sembra perfettamente combinata l’una con l’altra, come in un puzzle. Prati verdi e dolci, boschi scuri e fitti, chiesette, cappelle, masi, malghe. E rocce verticali, maestose, superbe. Le Odle (in lingua ladina “Aghi” per la loro conformazione) sullo sfondo, a controllare scrupolosamente che la vita laggiù proceda regolarmente, proteggendo gelosamente questo angolo naturale di paradiso.
È la Val di Funes.
Da quel giorno così indietro nel tempo è diventata, per sempre, una parte importante di me.

Dall’età di 5 anni, ogni anno fino ad oggi, ho trascorso almeno un giorno quassù. Prima, per periodi più lunghi, in vacanza con i miei genitori. Dopo, anche solo per poco tempo, da solo o con amici.
Non riesco a stare lontano da questo posto. Mi è entrato dentro troppo nel profondo perché io possa farne a meno. Luogo di vacanzatrekking ed escursioni, sogno ricorrente nelle giornate stressanti e frenetiche, meta di svago e relax, anche se per poche ore.

La Val di Funes, col passare del tempo, è diventata per me molto di più di tutto questo.
Un angolo lontano e pure così vicino nel mio cuore e nell’anima. Un posto in cui trovare rifugio e pace ogni volta che ne sento il bisogno.

Solo così penso possa definirsi quella magia che mi pervade ogni volta che vi torno. Mi sento rinascere ancor prima di arrivare, lungo l’ultimo tratto di strada, prima di uscire al casello di Chiusa. Il campanile della chiesa di San Martino, accanto all’autostrada, appena dopo Bolzano. Il “dente” inconfondibile dello Sciliar, appena sopra la mia testa. Rallento, non c’è più bisogno di affannarsi, ormai ci sono.
Esco e risalgo la strada che da Chiusa porta alla valle. Supero la falegnameria Prader, tra le pile di legno tagliato conservate a brodo strada che rilasciano uno profumo denso e dolce. Qui, nelle giornate di sole, riesco a scorgere per la prima volta il profilo inequivocabile del Sass Rigais e di Furcheta, i due massici più alti del gruppo delle Odle (rif. parco Naturale Puez-Odle, nella provincia autonoma di Bolzano). Supero Pardell e la piccola cappella, posti lungo la strada. Pian piano, tra alcune curve strette e un paio di rettilinei, arrivo all’ultimo curvone sulla sinistra, prima di scorgere la sagoma dell’abitato di San Pietro, dominato dall’imponente profilo del campanile della chiesa. Ad accompagnarmi, in questo dolce tragitto, ci sono filari di meli, pascoli e le cisterne per la raccolta del latte, posizionate ordinatamente sul ciglio della strada in attesa del passaggio del camion che le rifornisce.
Sono arrivato.
Passo ancora il complesso della Finstral, il ponticello che porta alla cascata Flitz, la caserma dei carabinieri, il Lamm e giro a sinistra, sulla strada che sale per portare in paese. Nel frattempo controllo, ad occhio, quante nuove case sono state costruite. Molto spesso, non riesco nemmeno ad iniziare questo conteggio.

È l’aspetto unico di questo posto, rimasto intatto e quasi del tutto immutato per tutti questi anni.

Arrivo nello spiazzo di fronte al complesso che ospita il teatro, la biblioteca e l’ambulatorio medico, il cuore del paese è tutto qui: c’è il piccolo market, poco più sopra il panificio/pasticceria. In mezzo, sulla stradina che sale, il salone del parrucchiere. Di fronte, dall’altra parte della strada, la banca e il Viel Nois, il ristorante/albergo di Franz e della sua famiglia. Entro per salutare Erna, la moglie. Ogni volta che vengo, da molti anni, alloggio da loro, al Raeschoetzhof, un piccolo B&B poco più in alto, sulla strada che porta al Passo delle Erbe.

Prima di arrivare in stanza e mollare la roba, ho un’altra tappa obbligata da fare. Mi fermo all’hotel Kabis, accanto all’edificio che ospita le poste e il municipio. Devo salutare la signora Anna, la storica proprietaria dell’albergo dove, per tanti anni, ho alloggiato con i miei genitori. È una splendida signora del posto che, insieme al marito, ha diretto il Kabis per tantissimi anni. Mi ha visto crescere, ogni volta mi abbraccia forte ricordandosi ancora di quando, piccolo, correvo per le strade e nei prati qui sotto.
Ora le redini sono in mano al nipote, Konrad. L’albergo ha cambiato leggermente aspetto, soprattutto negli ultimi anni. Eppure a me, ogni volta, si presenta allo stesso modo: vedo i tavoli appena fuori l’ingresso, dove i miei genitori giocavano a carte con Maria Teresa, Daniela, Sandra e Cesare, gli altri ospiti dell’albergo. Sento ancora il vocione di Romolo, un signore milanese sempre abbronzato, che mi salutava calorosamente appena arrivato nella bellissima sala da pranzo al primo piano. Sulla terrazza che guarda le Odle, tra i tavolini circondati dalla piacevole ombra degli ombrelloni, vedo ancora “formichina”, una distinta signora di Padova, insegnante in pensione, che veniva in villeggiatura in questa valle da decenni, addirittura dagli anni subito successivi alla seconda guerra mondiale, quando per arrivare, ci raccontava, si usava ancora il mulo. La immagino sempre mentre dà ripetizioni a Bibi e Roy, due cari amici di Roma, conosciuti e divenuti tali proprio qui dove abitualmente ci ritroviamo.
Ogni volta è un viaggio nei ricordi.

Tra questi alberi, lungo le pieghe di queste tovaglie ricamate con disegni tirolesi, tra le strade strette di questo paese che lambiscono prati e stalle, tante sono le persone che si sono innamorate perdutamente della magia di questo posto.

Risalgo ancora, oltrepassando il muro della chiesa, dove Messner, cugino della signora Anna, si arrampicava da bambino, quando imparò a conoscere e amare la montagna. La strada è ripida, 15 km più in su, a 2000 mt, c’è il Passo delle Erbe dove Klaus, un ragazzo della mia età, e la sua famiglia gestiscono l’albergo alpino Ütia de Börz, proprio sotto l’imponente massiccio del Sass de Putia, in cima al passo. Vi consiglio di farci un salto e fermarvi a mangiare, magari in un giorno di pioggia. Dentro l’atmosfera è magicacaldafamiliare: il legno, di cui è interamente rivestita la sala da pranzo, le finestre, che si affacciano sulle montagne e sui prati e la cortesia del padre di Klaus, perfetto padrone di casa, sono tutto ciò di cui avete bisogno per trascorrere un paio d’ore di relax e piacere.

Dal parcheggio del passo potete programmare innumerevoli escursioni, estive ed invernali. Ho vissuto questo posto in ogni stagione dell’anno e con ogni condizione atmosferica. La sua bellezza resta intatta.
Ridiscendendo, lungo la strada che costeggia le le Odle di Eores, si ritorna a San Pietro. In mezzo, lungo il percorso, tanti luoghi da cui partono sentieri ed escursioni differenti. E ancora malghe, pascoli, masi e scorci panoramici mozzafiato.

Dal centro del paese partono tanti percorsi, la maggior parte dei quali a carattere turistico, ideali per immergersi nella natura e godere delle bellezze di questo luogo. Due su tutti sono i miei preferiti: il primo, quello che porta al Moarhof, passando per la chiesa di San Giacomo e rientrando, nel bosco, dall’abitato di San Valentino. Una passeggiata tranquilla, ideale per sgranchire le gambe, ammirare il paesaggio ed assaggiare un bel piatto di finferli freschi. Il secondo, più panoramico, che da San Pietro porta a Santa Maddalena, il paese più in alto, proseguendo sulla strada verso le Odle. Tra le tante panchine dislocate sul percorso, sceglietene una e fermatevi per un po’. Vi culleranno l’aria ed il silenzio, interrotto solo dal suono dei campanacci delle mucche e dallo scorrere incessante del rio Funes, a fondovalle.

Se vi immergerete davvero in quello che vi circonda, capirete il senso profondo e l’atmosfera magica di questo lembo di Terra, dove il tempo scorre ancora al ritmo della natura.

Santa Maddalena, come Tiso posto all’ingresso della valle, è l’altro centro abitato insieme a San Pietro. È quello posto più in alto. Qui sorge l’unico impianto di risalita, utilizzato in inverno per sciare. Da qui e dalla Malga Zannes, qualche chilometro più in su, partono i sentieri escursionistici della Val di Funes.
Il punto di partenza è unico e inconfondibile: la piccola chiesa di San Giovanni, sui prati di Ranui (dal nome del maso medievale che sorge accanto). Questo posto, spesso utilizzato per rappresentare genericamente le Dolomiti, è divenuto, anno dopo anno, meta di tantissimi curiosi intenti a immortalarlo da ogni angolazione. D’estate, la chiesetta vive circondata dai prati in fiore adiacenti il maso. In inverno, sorge accanto a una divertentissima pista di slittino fungendo da punto di arrivo per i percorsi che partono dalle malghe poste più in alto. La sua posizione, per tanti motivi, è centrale nella valle.
Gli itinerari, estivi ed invernali, sono tanti. Ce n’è per ogni livello, capacità, desiderio e difficoltà. Da qui, ad esempio, si può arrivare fin sulla vetta più alta delle Odle, il Sass Rigais, con un’escursione per esperti che prevede, nella parte finale, un tratto attrezzato. Quasi 2000 metri di dislivello e tanta, tanta fatica, ripagata però da ciò che ci aspetta in vetta.

Vista panoramica dal Sass Rigais, 3025 mt

Ma mille altre sono le opportunità che si prospettano a coloro che vogliono scoprire la valle camminando lungo i suoi percorsi, in ogni momento dell’anno. Il più famoso tra questi è sicuramente il Munkel Weg, sentiero panoramico che corre, tra i boschi, lungo le pendici delle Odle. Il percorso è adatto ad un’ampia schiera di escursionisti ed è percorribile sia in estate che in inverno, magari con l’aiuto delle ciaspole in presenza di neve fresca.
Oltre ai tanti sentieri panoramici, tra cui sicuramente bisogna annoverare il percorso attrezzato Günther Messner, intitolato al fratello di Reinhold, la parte più bella della Val di Funes è rappresentata dalla sue malghe, accoglienti luoghi di ristoro, gestiti con amore dalle famiglie del posto. Molte di questi piccoli rifugi, circondati da verdi prati popolati da pascoli e uomini e donne intenti a fare il fieno, mantengono ancora oggi le tradizioni di un tempo. E così, molto spesso, è possibile entrare per assaggiare un bel bicchiere di latte fresco o un pezzo di formaggio di malga. Non perdete l’occasione di visitarle, assaggiate la tipica Kaiserschmarren e bevete un bicchiere di succo al sambuco comodamente seduti al tavolo, ammirando, da qualsiasi punto, l’imponenza delle Odle sopra di voi.

Tanti altri luoghi, avvenimenti e momenti sarebbero da raccontare per descrivere la Val di Funes e le persone che ci vivono. Altri momenti come questo serviranno per farlo. Il mio desiderio, ora, era quello di condividere, a parole e immagini, la bellezza di questo luogo incantato, incastonato tra le Dolomiti.
Ho avuto la fortuna, tanti anni fa di capitare casualmente in questa valle al confine tra la Val Badia e la Val Gardena, forse più conosciute. Ho iniziato a conoscere la montagna, fino ad amarla perdutamente, grazie a questo luogo. Qui ho imparato il senso del rispetto per la natura ed ogni sua rappresentazione, anche quelle più violente. Ho capito quanto possa essere dolce la fatica di camminare, sapendo di raggiungere vette così belle. Mi meraviglio ancora, ogni volta di più, come se fosse il primo giorno.

E ancora oggi nelle limpide sere d’estate, quando giunge il tramonto, cammino fino al capitello della “Peste”, mi siedo sulla panchina in legno e attendo quell’attimo in cui il sole, come un tenero amante,
posa il suo ultimo sguardo sul volto dolce di quelle montagne così maestose,
prima di andare a dormire.