Le più belle vie ferrate delle Dolomiti (2)

Le Tre Cime di Lavaredo dalla vetta della Torre di Toblin

È il momento di parlare nuovamente di vie ferrate, proseguendo lungo il racconto iniziato l’ultima volta. Vorrei continuare questa descrizione, ancora parziale e frutto della mia esperienza personale, raccontando di 3 nuove vie ferrate che sorgono nel cuore delle Dolomiti. La descrizione, come per il post precedente, si sviluppa in ordine crescente di difficoltà, cercando di dire qualcosa in più di ogni percorso, degli aspetti caratteristici e della storia che raccontano.

Andiamo?!

Via ferrata alla vetta del Sass Rigais (Gruppo Puez-Odle)

La prima descrizione di oggi parla di una cima a cui sono molto affezionato, sognata tanto da bambino e raggiunta decine di volte divenuto un po’ più grandicello.
Il Sass Rigais è la cima più alta (insieme alla vicina vetta di “Furchetta”) del Gruppo delle Odle e dell’intero Parco Naturale Puez-Odle. È posta esattamente a metà tra la Val di Funes e la Val Gardena, a quota 3025mt di altitudine. La vista dalla vetta è indescrivibile e in una giornata limpida raggiunge moltissimi dei gruppi più importanti delle Dolomiti, lasciando chi vi giunge completamente senza parole.
Ci sono 3 distinte vie d’accesso alla vetta del Sass Rigais. Due di queste si uniscono poco sotto la cima, la terza, quella che sale da est attraverso la Valle di Salieres (un vallone detritico che dal pianoro poco oltre il Rifugio Firenze, in Val Gardena, risale lungo un sentiero che taglia il ghiaione fin poco sotto la cima del Sass Rigais), non rappresenta una vera e propria via ferrata quanto piuttosto un percorso che, nell’ultimo tratto, vede la presenza di alcuni supporti fissi per completare la risalita. Sicuramente l’itinerario di accesso migliore per chi è allenato e ha esperienza in montagna, ma non è completamente avvezzo ai percorsi ferrati.
La via ferrata che invece viene tradizionalmente riconosciuta come la via principale di accesso al Sass Rigais, parte dal versante sud, sempre in Val Gardena, a metà dei tornanti a zig zag che risalgono la forcella di Mesdì. Questa via, dopo qualche metro, incontra il sentiero che giunge dalla sella della forcella, percorso necessario per chi risale invece dal versante più ripido della Val di Funes.

Una distinzione è subito d’obbligo: se si decide di arrivare alla vetta del Sass Rigais partendo dalla Val di Funes, è necessario mettere in conto un impegno fisico maggiore e un dislivello ben più elevato (quota di partenza tra i 1350mt e i 1700mt). Se si decide invece di salire dalla Val Gardena, un grosso aiuto è costituito dall’impianto di risalita del Col Raiser, sopra Santa Cristina (Val Gardena). Da qui si raggiunge comodamente il Rifugio Firenze a 2040mt di altitudine e si risparmia un dislivello che nel peggiore dei casi può raggiungere e superare i 1600mt.

La via non presenta in sé grosse difficoltà. Serve fare attenzione a due cose in particolare: il tipo di terreno, detritico, che non consente sempre un’agevole progressione e le indicazioni del percorso. La traccia del sentiero non è infatti sempre evidente e bisogna continuamente prestare attenzione ai segni biancorossi per non perdersi lungo un versante roccioso dall’aspetto molto spesso uguale. L’ascesa alterna tratti di ferrata a tratti di camminata. Lungo la salita ci accompagnano in ogni momento il massiccio del Puez poco sotto e quello del Sassolungo alle nostre spalle. L’ultimo tratto, attrezzato, risulta essere quello un pochino più esposto. A seconda del punto di partenza, è qui che si fa sentire davvero la fatica. Si supera un piccolo terrazzo roccioso e subito si vede la croce, distante ormai pochissimi metri. Una volta in cima, lo sforzo fatto per arrivare è ampiamente ripagato dalla vista.

La discesa, per chi è arrivato dalla Val Gardena, può avvenire attraverso la stessa via o dal versante opposto rispetto a quello della salita. Per chi invece deve rientrare in Val di Funes, non ci sono alternative: scendere per la stessa via di andata, raggiungere la sella della Forcella di Mesdì e rientrare a valle concludendo un percorso che supera le 6/7h di durata.

Caratteristiche
Difficoltà via ferrata: facile;
Durata itinerario: 4/5h versante Val Gardena; 6/7h versante Val di Funes;
Impegno fisico: medio/alto dal versante della Val Gardena; molto alto dal versante della Val di Funes;
Paesaggio: 4/5;

Perché farla: perché arrivare in cima alle Odle è un’esperienza unica. Raggiungere la vetta del Sass Rigais, al mattino presto, nella quiete di un mondo intorno che ancora deve risvegliarsi, è qualcosa da provare. La vista lassù è completa: la Val di Funes subito sotto, il Sassolungo e il Sassopiatto accanto, sembra quasi di poterli tenere in una mano. E poi il Gruppo del Sella, la Marmolada, il Pelmo, le Tofane e mille altre vette. Non manca nulla!
Il mio consiglio: contrariamente a quanto dovrei dire, in questo caso mi sento di consigliare l’ascesa dalla Val di Funes: se siete dei camminatori esperti e ben allenati è una sfida che val la pena di cogliere. Se però volete arrivare in vetta molto presto per godere del fascino delle prime luci, partite dal versante della Val Gardena, magari trascorrendo la notte precedente al Rifugio Firenze. In un paio d’ore di cammino a buon passo sarete in vetta.

Via ferrata “delle scalette” alla Torre di Toblin

La seconda via ferrata di cui vorrei parlare in quest’occasione è quella che risale la parete nord-ovest della Torre di Toblin, una vera e propria torre di roccia che si affaccia sulle Tre Cime di Lavaredo, nelle Dolomiti di Sesto.
Come dice il nome, la caratteristica principale di questa via ferrata è la costante presenza di scalette metalliche che conducono fino alla cima sommitale, dove è posizionata una grossa croce. Qui la vista sul massiccio delle Tre Cime, giusto di fronte, è assolutamente impagabile (anche meglio della vista che si apre una dalla vetta del Monte Paterno).

In termini alpinistici, questa è una via difficile da descrivere e classificare vista l’ampia presenza di supporti che agevolano l’ascesa. Tuttavia una certa esperienza è necessaria per progredire lungo queste pareti strette e ripide. L’esposizione, ovviamente, è un fattore costante (le scalette accentuano questa particolarità) che sconsiglia un approccio “morbido” al percorso.
Da un punto di vista storico invece, questo lembo di terra ha molto da raccontare. È dentro questi racconti che, prima di tutto, troviamo una giustificazione a questa massiccia presenza di supporti. Durante la Prima Guerra Mondiale, esattamente in questo punto correva il confine tra l’Italia e l’Impero austro-ungarico. L’accesso alla torre divenne essenziale nelle strategie dell’esercito austriaco per controllare le linee italiane (poste innanzi tra le Tre Cime e il Monte Paterno) e presidiare il confine. Era il terreno del cappellano militare Josef Hosp, esperto scalatore che, di propria iniziativa, iniziò a perlustrare e presidiare questa zona. Stupito del fatto che il nemico non avesse preso di mira questo avamposto naturale, decise di costruire una postazione in cima alla vetta. Vista le difficoltà di accesso alla torre, raggiungibile solo da arrampicatori esperti, elaborò un piano per rendere l’ascesa fruibile anche a chi avesse meno esperienza. Per fare ciò, fu lui stesso a montare scale in legno e funi che agevolassero la salita alla cima, dove, poco tempo dopo venne posizionato un mortaio. I resti di queste scale e di queste funi sono tutt’oggi visibili a chi sale lungo la nuova via ferrata. È un tuffo emozionante nella storia centenaria di questi luoghi, epicentro di ruvide battaglie che hanno segnato l’epoca moderna.

Come detto, la progressione è semplificata e abbastanza breve, ma l’esposizione e le caratteristiche di alcuni tratti, stretti e angusti, la rendono idonea solo a chi ha già un po’ di esperienza in tema di vie ferrate. L’attacco della via è posto poco oltre il Rifugio Locatelli, sul versante nord della torre. La discesa, invece, avviene per il “Sentiero del Cappellano Hosp”, un percorso attrezzato più facile, che ridiscende per il versante est. Questa via può essere utilizzata da chi vuole arrivare in vetta senza passare per l’altra ferrata. Ad ogni modo serve attenzione in alcuni tratti visto il terreno detritico e l’eventuale presenza di escursionisti in discesa.

Caratteristiche
Difficoltà via ferrata: media;
Durata itinerario: sola ferrata 1,5h;
Impegno fisico: medio;
Paesaggio: 5/5;

Perché farla: per la vista, non serve aggiungere altro. Perché le Tre Cime da lassù sono ancor più belle. E perché è un percorso storico che racconta molto di quello che è oggi il nostro Paese. I resti delle vecchie scale e delle vecchie funi sono lì a testimoniare la storia e i suoi protagonisti.
Il mio consiglio: portate con voi uno zaino poco ingombrante. A tratti lo spazio tra le scalette e le pareti è molto stretto. Il fatto che sia una via ricca di supporti non la rende per forza più facile di altre. Affrontate questo itinerario con prudenza e un minimo di esperienza pregressa.

Via ferrata delle Mesules

L’ultima descrizione di oggi parla di una delle più belle e impegnative vie ferrate di tutto il panorama dolomitico. La via ferrata delle Mesules che raggiunge il Piz Selva (2941mt), sul versante ovest del Gruppo del Sella, è la più antica tra quelle delle Dolomiti (costruita nel 1912) e sicuramente una delle più suggestive. Per il contesto in cui è inserita, per il panorama, per la difficoltà di alcuni tratti divenuti iconici e per l’impegno fisico che la rendono idonea esclusivamente ad un pubblico di escursionisti esperti ed allenati.

L’itinerario parte dal Passo Sella, a metà tra la Val Gardena e la Val di Fassa. Da qui su comodo sentiero (n.649), attraversiamo prati e canaloni detritici tenendo il naso all’insù per ammirare le imponenti Torri del Sella che si ergono sopra la nostra testa. Il cammino è accompagnato dal vociare degli alpinisti che stanno risalendo lungo le pareti rocciose e ci conduce in poco tempo (30’) all’attacco della via. Questo è stato modificato nel corso degli anni, rendendo a detta di tutti l’accesso più difficile. Che non sia una passeggiata è chiaro sin da subito: l’esposizione è elevata, gli appigli scarsi. Serve calma e piede fermo per risalire. Fortunatamente ad accompagnarci in ogni istante c’è una vista incantevole sulla Val Gardena sotto di noi, il Sassolungo di fronte e il Gruppo Puez-Odle poco lontano.

Una sosta di tanto in tanto può sicuramente agevolare l’ascesa. Il tratto più difficile arriva presto: un anfratto roccioso verticale in cui all’inizio si può scorgere solo qualche gradino qua e là che facilita la salita. È un vero e proprio camino in cui dobbiamo addentrarci per proseguire. La difficoltà di questo punto non risiede solo nella scarsa presenza di appigli e nella verticalità, ma soprattutto nel poco spazio che si crea tra le due pareti che lo compongono (è assolutamente opportuno portare con sé uno zaino di dimensioni ridotte). Ci rendiamo conto della bellezza di questo tratto solo dopo averlo percorso, voltandoci indietro sul terrazzo roccioso in cui ci troviamo adesso.

La via prosegue mantenendo le caratteristiche di esposizione e verticalità, tra nuovi camini e scalette che ci conducono finalmente in cima all’altopiano delle Mesule, affacciato sulla Val Gardena sotto di noi. La via ferrata lascia spazio ad un sentiero che attraversa questa conca detritica per portarci alla base della vetta del Piz Selva. Qui inizia l’ultimo tratto attrezzato, reso complicato solo dalla fatica che inizia a farsi sentire. La Marmolada si mostra in tutta la sua bellezza, oltre il Passo Pordoi. Bisogna raccogliere le ultime forze per raggiungere la cima da dove poter godere di un panorama senza paragoni: l’altopiano delle Mesules ed il suo aspetto lunare, Piz Boè poco lontano, la Marmolada più in là. Ad ovest il Sassolungo e il Gruppo del Cataccio. A nord le Odle, il massiccio del Puez e quello del Cir. Ad est le Tofane, il Cristallo e l’Antelao. A sud le Pale di San Martino. Manca qualcosa?!?

Giungere sulla vetta del Piz Selva significa aver completato solo metà del lavoro. La difficoltà di questa via risiede anche nel suo percorso di discesa che avviene attraverso la Val Lasties, un lungo vallone detritico che solca il Gruppo del Sella e riporta ai tornanti della strada del passo, lungo il versante della Val di Fassa. Il primo tratto di discesa lungo l’Altopiano delle Mesules è un’esperienza sensazionale, raggiungendo Piz Miara e la Forcella dei Camosci. Anche se non ho idea di come sia camminare sulla luna, questa è la cosa che penso ci si avvicini di più.
Poco prima di raggiungere il Rifugio Boè, affollato di gente che arriva dalla stazione a monte della funivia del Sass Pordoi, voltiamo a destra per scendere lungo la Val Lasties. La discesa è lunga, il terreno molto accidentato, la stanchezza tanta. In una giornata di caldo e sole se ne vanno 3 o 4 litri d’acqua. Arrivati in fondo al vallone raggiungiamo il Pian de Sella e seguiamo le indicazioni per il passo. Superiamo una piccola cascata in cui potersi rinfrescare, risaliamo leggermente e dopo più di 6 ore dalla partenza raggiungiamo la strada asfaltata del passo. Bisogna ora raccogliere le ultimissime forze rimaste per risalire i tornanti asfaltati e rientrare al Passo Sella, da dove siamo partiti più di 7h prima.

Caratteristiche
Difficoltà via ferrata: difficile;
Durata itinerario: 7h+;
Impegno fisico: molto alto;
Paesaggio: 5/5;

Perché farla: per la bellezza dell’itinerario nel suo complesso: una varietà di paesaggi e panorami che consentono di immergersi davvero nell’ambiente dolomitico. La via ferrata è molto bella, tecnica, impegnativa, ideale per chi ha esperienza e vuole mettersi alla prova. Camminare sull’Altopiano delle Mesules è qualcosa da fare almeno una volta nella vita.
Il mio consiglio: ce ne sarebbero tanti da dare. Due su tutti: portate poco peso e uno zaino poco ingombrante, non c’è molto spazio tra le pareti della via ferrata. Se affrontate la via in una giornata estiva di sole e caldo, portatevi dietro tanta acqua, ne avrete bisogno. In autunno o in tarda primavera occhio alla parte iniziale, potreste incontrare neve e ghiaccio.