Trekking di 3 giorni intorno al Catinaccio (video)

SI PARTE!

Quando la sveglia suona, intorno alle 5, io ho già gli occhi aperti, quasi sgranati. Valentina accanto a me dorme tranquilla. Io invece no, da qualche minuto sono agitato ed impaziente di sentire il telefono suonare e annunciare l’ora esatta che ho impostato ieri sera.
È incredibile come il nostro corpo e la nostra testa anticipino le occasioni per noi importanti prima che sia qualsiasi altra cosa a farlo. In una qualsiasi delle altre mattine avrei persino stentato a trovare il pulsante per spegnere la sveglia. Stavolta no, ho già il dito pronto.
Fatico ad attendere e quando finalmente il telefono segna le 5 esatte, spengo la sveglia ancor prima che inizi a suonare. Lo zaino è pronto da ieri, devo solo riporre le ultime cose che ho lasciato lì accanto. Faccio colazione, mi lavo, mi vesto e sono pronto a partire. Dopo questi lunghi mesi, dopo aver disegnato e ridisegnato tracciati e percorsi, ora si va. La mia destinazione, dopo tanta attesa, è ancora una volta quella: le Dolomiti, un luogo che vive e batte dentro di me ogni giorno.

DESTINAZIONE CATINACCIO

Questa volta però ho in mente un giro diverso dal solito, un po’ inedito. Ho voglia di addentrarmi nel cuore del Catinaccio, un gruppo che ho già conosciuto in passato, ma non ancora così bene.
Ho risalito quei sentieri solo due volte fino ad oggi, entrambe per raggiungere l’attacco di due vie ferrate che si sviluppano lungo le creste del gruppo: la prima volta sono arrivato sulla cima del Catinaccio d’Antermoia, la vetta più alta, partendo dal Rifugio Passo Principe; la seconda volta, invece, sono salito lungo il tracciato della Ferrata Laurenzi, sul massiccio del Molignon.

Ho in mente un giro, ma sono comunque pronto a cambiarlo in qualsiasi momento. Di certo so che sarà un trekking di tre giorni: la prima notte la trascorrerò al Rifugio Alpe di Tires, la seconda al Rifugio Antermoia. Il primo ha da sempre un significato simbolico per me: qui mia madre scoprì di essere incinta di me ormai 33 anni fa. L’altro invece è, a mio avviso, uno dei rifugi più belli delle Dolomiti: posto all’ingresso del Vallon d’Antermoia, tra pareti rocciose imponenti e paesaggi tipicamente lunari. Un luogo appartato, quasi nascosto, che protegge allo stesso tempo la propria intimità e le acque limpide e blu del suo laghetto, perfettamente adagiato all’ombra di queste cime.

Come punto di partenza ho fissato sulla mappa il Passo Sella, al confine tra la Val Gardena e la Val di Fassa, tra la provincia di Bolzano e quella di Trento. In verità si potrebbe partire da molti altri punti posti qui intorno, lungo queste valli: dalla Val D’Ega ad esempio, o da uno dei tanti paesi ai piedi del gruppo in Val di Fassa, o ancora dall’Alpe di Siusi. La posizione del Catinaccio, esattamente a metà tra Südtirol e Trentino, consente infatti di poterlo esplorare attraverso giri e percorsi differenti, in più giorni o attraverso singole escursioni giornaliere.
Come detto, il mio punto di partenza è il Passo Sella, all’altezza degli ultimissimi tornanti che, in vetta, raggiungono l’albergo Maria Flora.
Come sempre appena arrivo qui, per prima cosa scendo dalla macchina, cammino qualche metro sui prati che costeggiano la strada, mi fermo, faccio un respiro profondo e mi guardo intorno: la bellezza di questo luogo ha pochi eguali, contornato da vette leggendarie che, una dopo l’altra, danno forma a questo straordinario lembo di terra.
Mi sento bene, rinato. Ho voglia di andare, camminare, esplorare.

PUNTO DI PARTENZA/ARRIVO: Passo Sella
DURATA: 3 giorni, 2 notti
LUNGHEZZA: 34 chilometri
DIFFICOLTÀ: medio
DOVE DORMIRE: Rifugio Alpe di Tires, Rifugio Antermoia

PRIMO GIORNO: PASSO SELLA – RIFUGIO ALPE DI TIRES

La destinazione del primo giorno è il Rifugio Alpe di Tires, appena sotto i Denti di Terrarossa, a metà tra il Gruppo del Catinaccio, l’Alpe di Siusi e il massiccio dello Sciliar. La mia meta finale resta tutto il tempo davanti ai miei occhi, in lontananza, appena raggiunta la sella della forcella poco sotto il Col Rodella.
Il Sassolungo e il Sassopiatto sulla mia destra, la Marmolada in faccia, le Odle e il Gruppo del Cir sullo sfondo, poco dietro di me. Imbocco il sentiero “Friedrich – August – Weg” e subito davanti ai miei occhi si presenta il Catinaccio, il giardino di rose (“Rosengarten” è infatti la definizione in lingua tedesca di “Catinaccio”) del Re Laurino. Lo scrigno dove, secondo la leggenda, il re dei nani nascose Similde, la bella figlia del Re dell’Adige, di cui si innamorò perdutamente. È là che sono diretto, per trascorrere tre giorni nel cuore di questo favoloso gruppo dolomitico.
Il sentiero è stupendo: un percorso panoramico in cresta che taglia a metà il pendio erboso ai piedi del Sassopiatto, fino a raggiungere l’omonimo rifugio a quota 2.300mt. Siamo sulle tracce dell’Alta Via delle Dolomiti n.9, diversa da tutte le altre perché non percorre queste creste da sud a nord, come avviene nella maggior parte dei casi, bensì da ovest verso est.
Il primo giorno corre via leggero, senza difficoltà. È l’occasione ideale per riassaporare il piacere di camminare tra queste pareti, severe e maestose, guardiane silenziose di epoche remote e in grado di insegnare a noi, oggi più di sempre, il valore del tempo e della pazienza.

Appena raggiunto il Passo Duron, inizia l’ultimo tratto di salita più ripida, al cospetto dei Denti di Terrarossa, facilmente identificabili per il loro aspetto unico, in grado di spiegare perfettamente l’origine del nome. È l’ultima fatica della giornata prima di scorgere, inconfondibile, il tetto rosso del Rifugio Alpe di Tires, posto sulla sella che separa la Val d’Ega dalla Val di Fassa e,di conseguenza, l’Alto Adige dal Trentino.
Sistemo le mie cose e mi preparo alla cena che, come sempre in montagna, arriva molto presto. Mangiare alle 18:30 è inusuale se abituati ai ritmi della città. Ma qui, di elementi che richiamano la città ce ne sono davvero pochi. Sul prato di fronte al rifugio due marmotte si inseguono senza alcun timore di essere viste. Il tempo, in un attimo, cambia repentinamente rovesciando a terra un forte scroscio d’acqua. La temperatura è fresca, il termometro segna poco meno di 10 gradi, pensiero stupendo all’idea che a casa ce ne siano almeno 20 di più.

Dopo cena consulto la mappa e, soprattutto, il bollettino meteo. Per l’indomani sono previste condizioni sfavorevoli: nuvole basse al mattino e possibili temporali appena dopo l’ora di pranzo. Salendo, inoltre, ho notato ancora la presenza di una buona quantità di neve. Immagino che a quote più elevate ve ne sia anche di più, considerata la posizione di certi canaloni e la loro scarsa esposizione al sole.
Considero tutto questo nei miei ragionamenti e decido che il mio giro, a questo punto, debba cambiare. Originariamente pensavo di partire dal Rifugio Alpe di Tires per raggiungere il Passo Principe e successivamente il Rifugio Re Alberto, sotto le Torri del Vajolet, prima di tornare al Rifugio Antermoia. Troppo lungo viste le condizioni del terreno e le previsioni meteo. Meglio apportare qualche modifica. Con grande rammarico decido di non spingermi fino al Re Alberto e di allungare solo la prima parte della mia tappa: raggiungerò il Rifugio Passo Principe passando per la Val Ciamin e il Rifugio Bergamo e dopo andrò direttamente al Rifugio Antermoia.

SECONDO GIORNO: RIFUGIO ALPE DI TIRES – RIFUGIO ANTERMOIA (attraverso la Val Ciamin)

Così è.
La mattina dopo mi sveglio di buon ora per fare colazione e prepararmi. Meglio partire presto. Non conosco i sentieri che scendono dal rifugio in direzione della Val d’Ega, ma subito comprendo che il mio nuovo percorso, modificato a causa delle condizioni, è ricco di fascino. Mi butto a capofitto in discesa lungo i pendii della selvaggia Val Ciamin e ne resto immediatamente incantato. A favorire il mio stupore c’è il meteo e le nuvole basse che riducono la visibilità. In questo modo tutto è reso ancor più magico e solenne. Sono attorniato da spuntoni rocciosi verticali, che diventano ancor più imponenti per l’umidità che bagna la roccia, scura e profonda. Il Rio Ciamin di tanto in tanto si interrompe per tuffarsi tra le rocce, lungo ripide cascate. Macchie estese di pino mugo e qualche facile tratto attrezzato mi accompagnano lungo il percorso che, all’altezza del “Buco dell’Orso”, sopra i Bagni di Lavina Bianca, incontra una deviazione. Abbandono il sentiero n.3 per prendere la variante B, che risale rapidamente il Vallone del Principe, in direzione dell’omonimo rifugio.

Il mio itinerario incontra prima un’altra tappa: il Rifugio Bergamo. L’impatto con questo luogo è straordinario, favorito dal movimento delle nuvole che, avvicinandomi, lo fanno intravedere solo un momento per nasconderlo nuovamente subito dopo. Mi fermo estasiato ad ammirare questa straordinaria manifestazione della natura e a contemplare la bellezza di un rifugio che, circondato da questa atmosfera, rende ancor più chiara ai miei occhi la sua originaria funzione di presidio e supporto per chiunque passi di lì.
Entro per un saluto. Il gestore, indaffarato al bancone, mi porge un cappuccino e una fetta di torta saracena appena fatta. Si siede al tavolo accanto e, parlando con marcato accento sudtirolese, mi chiede qualcosa in più del mio giro e della mia destinazione. Fuori le nuvole avvolgono pian piano il rifugio. Non potrebbe esserci niente di meglio, adesso, che essere qui dentro. Mi fermo una mezzoretta, tra due parole e qualche risata sincera. Salutandomi mi offre una grappa, un gesto semplice e tipico di chi vive questi luoghi. Accetto ovviamente con grande piacere e brindo insieme a lui.
Mi sento rinvigorito, nel cuore e nella mente. Sono pronto a ripartire.

Dal Rifugio Bergamo al Passo Principe la strada continua a salire, la fatica ora è accentuata dalla presenza della neve che ha completamente cancellato le tracce del sentiero, ricoprendo interamente il canalone. La progressione comunque non è difficile, i segni di chi è passato prima sono evidenti e la neve è soffice abbastanza da poter proseguire senza problemi.
Continuo a salire.
Sono solo, nel cuore del Gruppo del Catinaccio, circondato dalle cime più alte, accompagnato solo dal rumore dei miei passi nella neve e dal suono profondo del mio respiro che sembra perdersi nella nebbia.
Raggiungo il Rifugio Passo Principe, dove mi fermo per un altro saluto e una tazza di caffè. Il tracciato che conduce al Passo d’Antermoia poco sopra è ben evidente, lungo i nevai. Chiedo comunque informazioni al gestore e ne approfitto per scambiare due chiacchiere. Ad uno dei tavoli poco oltre riconosco un gruppo di escursionisti che ieri, come me, ha pernottato al Rifugio Alpe di Tires: devono aver percorso il sentiero che io avevo in mente originariamente.
Riparto, seguendo nuovi segni sulla neve. Devo raggiungere la mia destinazione prima che il tempo peggiori. Supero un nuovo tratto innevato fino oltre il passo e, in poco più di un’ora, mi ritrovo prima al bivio con la Ferrata Laurenzi e, cinque minuti dopo, sulle sponde del Lago d’Antermoia. Ormai sono arrivato.

Resto in contemplazione qualche minuto davanti a questo splendido specchio d’acqua incastonato tra le rocce ancora innevate e approfitto del fatto di essere da solo, occasione piuttosto rara. Il rifugio è qui dietro e visto che il tempo sta cambiando decido di raggiungerlo rapidamente.
L’assenza di qualsiasi segnale sul telefono offre un’occasione in più per godere a pieno di questo luogo: una tazza di tè caldo in sala davanti ad un libro è il modo migliore per trascorrere il tempo mentre fuori un nuovo scroscio di pioggia cade violento. A cena incontro un gruppo di ragazzi toscani e una coppia di signori di Monza che mi chiedono consigli sulla strada che porta al Principe. In poco tempo la conversazione si sposta su altri argomenti e ci accompagna fino a sera.
Metto il naso fuori per godere del silenzio che circonda il rifugio. Respiro. Passare una serata in un rifugio a 2.500mt, circondati dalle nuvole basse che nascondono le vette poco sopra, è un’esperienza unica da vivere almeno una volta nella vita.

TERZO GIORNO: RIFUGIO ANTERMOIA – PASSO SELLA

Il terzo giorno arriva in fretta, troppo in fretta. Il mio trekking intorno al Catinaccio oggi si conclude. Devo tornare a Passo Sella, il mio punto di partenza.
Ancora una volta, mi sveglio presto e parto subito dopo aver fatto colazione. Oggi le nuvole sembrano voler lasciare più spazio ai raggi del sole e al momento della partenza il Rifugio Antermoia è baciato dalle prime luci del mattino.
Scendo lungo il sentiero che riporta al Rifugio Micheluzzi per voltare, poco prima, in Val di Dona. Lungo questi ampi e dolci pendii erbosi continuo la mia discesa, circondato dal fischio continuo e inconfondibile delle innumerevoli marmotte che popolano questa splendida valle. Mi fermo e cerco rispettosamente di ammirarle più da vicino: alcune sono più timorose, altre si lasciano avvicinare un po’ di più. Non mi era mai capitato di vederne così tante tutte insieme.
Dopo aver superato la sella che divide la Val di Dona dalla Val Duron, raggiungo il Rifugio Micheluzzi dove finisce la mia discesa. Allungo lo sguardo oltre il rifugio per individuare, in lontananza, la sagoma inconfondibile dei Denti di Terrarossa e pensare alla strada percorsa fino qui. Resta ormai solo l’ultima salita, in direzione della Malga del Sassopiatto, dove mi ricongiungo con il sentiero percorso due giorni prima camminando verso l’Alpe di Tires.
Il sole va e viene, la giornata oggi è abbastanza calda. Ripasso davanti al Rifugio Pertini dove alcuni operai si stanno adoperando per far sì che si possa riaprire al più presto. Gli ultimi chilometri al cospetto della Marmolada sono leggeri e diventano solo un modo per viaggiare già dentro i ricordi di questi tre giorni.

IL VALORE DELLA MONTAGNA

Ho atteso tanto il momento di poter tornare a camminare lungo questi sentieri. Ogni singolo giorno di frustrazione e impazienza trascorso in casa, aspettando solo il momento di poter uscire, è stato ampiamente ripagato da questi panorami, dalla magia di questi luoghi e anche dalla fatica fatta per raggiungerli.
La montagna è lì a ricordarci ogni volta di essere pazienti e di dare al tempo il valore che gli spetta.
Eppure io, già adesso, non vedo l’ora di tornare qui.