Trekking dopo la quarantena: il valore della libertà

Sentieri CAI

“È consentito svolgere attività motoria, in forma individuale, nell’ambito del proprio territorio provinciale”.

Ho letto, riletto e pronunciato (all’esterno e dentro di me) questa frase decine di volte negli ultimi giorni. Reduce da questi mesi di confinamento che hanno alimentato qualsiasi sindrome paranoica, compresa quella del complotto, ho provato a individuare tra le righe eventuali zone d’ombra, punti bui e lati più o meno oscuri che, ad un occhio più attento, potessero lasciar presagire qualsiasi altro tipo di significato e conseguenza.
Ogni strumento di analisi concettuale o lessicale utilizzato mi conduceva, più o meno inequivocabilmente, allo stesso risultato finale:

“posso tornare a camminare”.

Eppure queste settimane che hanno stravolto e capovolto ogni concetto di libertà ridisegnando i confini tra ciò che è permesso e quello che non lo è, non mi lasciavano ancora così tranquillo. Quanto meno nell’animo.
Anche se il desiderio di evasione si è periodicamente ripresentato manifestando tutta la propria forza, ha dovuto pur sempre sottostare a quella parte più razionale e coscienziosa di me che aveva invece ben chiaro fin dove potessero spingersi le mie esigenze. Soprattutto se paragonate a quelle di molti altri.
È stato solo quando ho trovato conferme e riscontri più concreti e attendibili che ho compreso che le catene di questo isolamento tanto inusuale quanto inedito, si stavano finalmente allentando.

Per giorni interi, durante il periodo di quarantena, ho provato a disegnare nella mia testa ogni possibile itinerario che avrei voluto seguire una volta che fosse stato possibile rimettere il naso fuori di casa.
La voglia di preparare lo zaino, allacciare gli scarponi e tornare a camminare ha preso però il sopravvento. Impetuosamente, senza preavviso.
Così, qualche giorno fa, il primo pensiero appena sveglio non è stato: “dove vado?”. Non aveva poi così tanta importanza: una meta già esplorata o qualche posto ancora sconosciuto, che differenza fa.

Tra tutte, la cosa che desideravo di più era uscire, camminare e allontanarmi da casa senza dover contare attentamente i passi e i metri entro i quali potevo rimanere.

Poche altre volte in passato avevo dovuto affrontare, faccia a faccia, lo sguardo così rigido dell’imposizione. Mai in questo modo.
Convivere con qualcosa che, per natura, non ho mai saputo accettare: nessuna possibilità di decisione tra ciò che vuoi o non vuoi, solo un piccolo spazio di manovra tra ciò che puoi e ciò che non puoi fare. Il mio desiderio di libertà, in quel momento, andava oltre ogni scelta del singolo percorso.
Doveva primariamente ritrovare la propria forma, quella che le ho sempre attribuito e che adesso sembrava più sbiadita a causa del susseguirsi di gesti tremendamente necessari e, allo stesso tempo, fortemente alienanti.

Un passo dopo l’altro, lungo le tracce di una strada in mezzo al bosco o di un sentiero che corre su un crinale erboso, ho riassaporato il piacere ed il significato di azioni che si erano inaspettatamente interrotte e cristallizzate.
Camminare verso i colori accesi dell’orizzonte per la prima volta senza vederne il confine o correre senza motivo lungo le dolci pieghe di un prato. Incedere al ritmo del proprio respiro e lasciare che la sobrietà dei rumori intorno prendesse spazio dentro la mente, sostituendo i tanti suoni e parole di questo strano periodo.

È stato come sciogliere i nodi stretti che intrappolano la corda in una forma fissa, definita.

Il desiderio di libertà che ci pulsa dentro può assumere forme, colori e momenti diversi per ciascuno. Ciò che trasmette, credo, ha invece la medesima carica emozionale in ognuno di noi.
Nella straordinarietà di questo periodo ho maturato un senso di rispetto maggiore per ciò che mi fa sentire libero.
E, d’ora in poi, farò del mio meglio per smettere di credere che sia scontato.